di Maurizio Meschia

E’ probabile che nelle intenzioni dovesse essere un romanzo, ma gli è sfuggito (meravigliosamente) di mano. Questo libro è molte cose insieme. Non è un romanzo ma lo sembra, non è un’autobiografia ma ci somiglia, non è un saggio ma molto di più, non è un “giallo” ma ne ha alcune innervature. E’ uno shiur, una lezione? Sì, anche. Tanti insegnamenti sgorgano, con naturalezza, dal testo. E anche quando la pagina vorrebbe essere “leggera”, per Baharier è irrimediabilmente mezzo di interpretazione-trasmissione di Torà.
Il “racconto” si snoda fra Parigi, Milano e altre parti del mondo, in un cambio frequente di scena tra passato e presente. Una materia ibrida e pulsante, veritiera (molto) e immaginaria (poco), che si presterebbe egregiamente per ricavarne un film. La Parigi di sottofondo è quella dell’immediato dopoguerra, degli anni Cinquanta. Sono gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza dell’autore, che viveva con il fratello più piccolo e con i genitori, entrambi polacchi scampati da Auschwitz, in un angusto appartamento del Marais. Padre e madre lavorano duramente in quel “buco”, in compagnia del ritmo ossessivo delle macchine per cucire, da cui nascerà una grande impresa.
Baharier si racconta e lucida i ricordi con nuove consapevolezze. Il ragazzino che era ascolta e assorbe tutto, cresce imbevuto di quell’atmosfera pesante e cupa che regna sull’ambiente dei reduci dai campi, le infinite sigarette, il whisky o il rum e il poker all’uscita di Shabbat a casa sua o di qualche amico di famiglia. Riunioni di “uomini e donne, dai volti scavati, cadaveri lisciati a festa per il funerale”. E poi il tempio, precettori narcolettici, rabbini senza tempo, una toccante figura di sarto maestro di Talmud che formano o supportano il suo ebraismo. E ancora, i problemi a scuola, la strada, le insolenze antisemite che il ragazzo si trova a dover fronteggiare.
Su tutto questo dipanarsi di scene intagliate con esattezza cinematografica aleggia onnipresente la figura paterna, discreta e potente, gelida e protettiva, e soprattutto quella di Monsieur Chouchani, il protagonista del libro. Enigma vivente, Chouchani appare e scompare periodicamente in quella Parigi. Non si sa da dove venga e dove vada. Porta con sé una valigia malconcia legata con una corda. L’aspetto è quello di un clochard, senza età né patria, con un eterno cappotto nero sdrucito, maleodorante ma dignitoso, sembra sceso da un altro pianeta. La sua immagine poco rassicurante è però compensata da un sapere che sembra illimitato. A Parigi viene atteso e conteso dalle migliori menti: accademici, scienziati, medici, filosofi, rabbini, che a lui si rivolgono per venirne illuminati.
Non ha un buon carattere, è scostante e di poche scolpite parole. Sa ovviamente tutto di Torà e quando parla in Tempio lo fa per scuotere, verso i reduci non ha atteggiamenti consolatori. Durante lo Shabbat viene saltuariamente ospitato in casa Baharier, il ragazzino ne ha ripulsa e timore ma con il tempo intuisce la straordinarietà di quegli incontri che lo accompagneranno per sempre e saranno linfa per il suo percorso di studioso.
Monsieur Chouchani, qui êtes-vous? Questo barbone lunare è venuto a testimoniare la fierezza della claudicanza, la precarietà della condizione umana. Chouchani impersona l’universale miniaturizzato e viene a dirci – attraverso l’autore – che l’onniscienza non è nulla senza il senso della caducità e della miseria dell’essere umano, che si può rimanere grandi pure ritraendosi e lasciando spazio, “rimpicciolirsi senza diminuirsi”. Senza sconti, Chouchani consegna il suo messaggio aspro richiamando alla responsabilità individuale e collettiva nella costruzione di una società più giusta ed equa per scongiurare, se non quella fisica, la morte delle civiltà. E lo porge al suo popolo di Israele perché se ne faccia portavoce, consapevolmente claudicante, prima di scomparire e ritornare nell’ignoto da cui era venuto.
La valigia quasi vuota è un libro più difficile da raccontare che da leggere, godibile e profondo, imprendibile come la poesia con i suoi segnali d’altrove, permeato da un sottile magnetismo che cattura e che, se ci distraiamo, ci batte delicatamente sulla spalla.
Già ma la valigia? Verrà aperta e il contenuto svelato quasi alla fine del libro.
“La valigia quasi vuota” sarà al centro di una discussione a tre fra Andrée Ruth Shammah, Filippo Timi e Haim Baharier, lunedì 10 febbraio dalle 20.30 nella Sala Grande del Teatro Franco Parenti.