di Sofia Tranchina
Per la prima volta dall’inizio della guerra a Gaza, centinaia di civili protestano pubblicamente contro Hamas: slogan, repressione armata e il ritorno del movimento “Vogliamo vivere” scuotono una Striscia stremata da fame e distruzione.
Da ieri, martedì 25 marzo, una serie di proteste si è accesa lungo le strade distrutte della Striscia di Gaza. Uomini, giovani, qualche donna — poche, in una società islamica che le relega spesso ai margini della vita pubblica — si sono riuniti gridando ciò che finora si sussurrava raramente e di nascosto: “via Hamas” e “liberate gli ostaggi”.
È la più ampia manifestazione di dissenso pubblico dall’inizio della guerra. Poche centinaia di persone su una popolazione di oltre due milioni, ma sufficienti a rompere il silenzio. Il messaggio è chiaro: il popolo gazawo non è più disposto a morire in silenzio, non tutti abbracciano con entusiasmo la guerra e il martirio. “Sì alla pace, no al governo tirannico che minaccia il nostro destino”, spiegano. Il loro grido buca le rovine e il fumo: basta sangue, basta potere mascherato da resistenza.
Ad innescare la miccia è stato l’ennesimo riaccendersi della guerra. Il 18 marzo Israele ha ripreso le operazioni militari dopo un tentativo fallito di negoziati per una nuova tregua: entrambe le parti si accusano a vicenda di aver sabotato gli accordi. Poi, lunedì scorso, la Jihad Islamica ha lanciato razzi verso Israele, che ha risposto ordinando l’evacuazione di gran parte di Beit Lahia. Intanto, Hamas, nonostante gli sforzi bellici israeliani, resta forte di migliaia di combattenti e continua a rifiutare di cedere il potere e liberare gli ostaggi.
«Ci vedono come numeri, scommettono il nostro sangue», lamentano i manifestanti che hanno sfilato davanti all’ospedale indonesiano di Beit Lahia gridando: “Abbasso il governo di Hamas, abbasso il governo dei Fratelli Musulmani” e “Hamas terroristi”. L’appello alla mobilitazione era stato diffuso via Telegram con parole dure: per «raggiungere tutte le spie che hanno venduto il nostro sangue».
I cartelli sventolati sono inequivocabili: “Fermate la guerra, vogliamo vivere in pace”, “Per l’amor di Dio, via Hamas”. Alcuni slogan richiamano il movimento giovanile Bidna N’eesh (“Vogliamo vivere”), che nel marzo del 2019 aveva osato chiedere migliori condizioni di vita e la fine del regime di Hamas ed era stato represso violentemente. Anche questa volta, miliziani incappucciati, armati di manganelli e fucili, si sono scagliati contro la folla con brutalità per disperdere i manifestanti.
Poco dopo, a Jabalia, in decine hanno bruciato copertoni urlando “Vogliamo mangiare”. A Khan Younis si sono sentiti gli stessi slogan: “Abbasso Hamas”, e si è chiesta la fine dei combattimenti.
Non è la prima volta che la popolazione si oppone al regime. Già a gennaio 2024, a tre mesi dall’inizio del conflitto, piccoli gruppi avevano chiesto a Deir al-Balah e Khan Younis lo scioglimento di Hamas e la liberazione degli ostaggi. Ma le proteste contro il gruppo islamista sono sempre state eventi rari e marginali, frenate dalla mancanza di alternative politiche credibili, dalla violenta repressione dell’opposizione e da anni di propaganda capillare.
«Qui il cibo costa tantissimo», mi raccontava qualche mese fa una conoscente di Gaza. Le ho chiesto, seguendo una logica per me ovvia: «Ma non pensi che gli aiuti umanitari dovrebbero essere distribuiti gratuitamente?». Lei però mi ha risposto: «Hamas ha bisogno di soldi per proteggerci, ecco perché li vende a caro prezzo». Non si era ancora resa conto che Hamas non l’aveva mai davvero protetta: non quando aveva eliminato nel sangue l’opposizione politica a Gaza, non quando aveva scavato tunnel per nascondervi i miliziani lasciando i civili esposti, non il 7 ottobre, quando ha attaccato Israele, e neppure quando ha rifiutato di cedere potere e ostaggi in cambio di un cessate il fuoco.
Ora però qualcosa si muove. Le nuove voci contestatarie temono che ogni tregua che lasci Hamas al potere porterà inevitabilmente a una nuova guerra. Alcuni iniziano a percepire le ingerenze straniere, cioè l’Iran, che aizza Hamas e la popolazione palestinese contro Israele per i propri calcoli geopolitici. Già l’ultimo sondaggio del Palestinian Center for Policy and Survey Research, condotto tra il 3 e il 7 settembre 2024, mostrava una riduzione del sostegno locale per Hamas: il 35%.
Dopo un anno e mezzo di guerra, il dissenso nella Striscia martoriata si fa più rumoroso. Per la prima volta, molti sembrano accorgersi il regime di Hamas non li sta proteggendo.
Tuttavia, i sostenitori del gruppo hanno cercato di minimizzare l’importanza delle proteste, accusando i manifestanti di essere traditori. I media a esso vicini, come Al Jazeera, hanno ignorato le manifestazioni per oltre 24 ore. Poi, quando la notizia ha iniziato a filtrare, le hanno raccontate come proteste “contro il genocidio perpetrato da Israele”.
Nel frattempo, a Tel Aviv e Gerusalemme, migliaia di israeliani scendono in piazza ogni giorno contro il proprio governo, accusando il premier Netanyahu di sabotare ogni spiraglio di tregua. La guerra, su entrambi i fronti, incontra una crescente ondata di protesta.