di Sofia Tranchina
Il volume, ricchissimo di fotografie inedite e frutto di un lavoro storico meticoloso, racconta il contributo straordinario della comunità ebraica alla vita sociale, culturale ed economica dell’Egitto moderno, fino all’esilio forzato dopo il 1956.
Giovedì 3 aprile, nella nuova Aula Magna della Comunità ebraica di Milano, si è tenuta la presentazione di Ebrei d’Egitto 1869-1956, l’ultimo libro di Daniel Fishman pubblicato da Salomone Belforte Editore. Un’opera di tre chili, come ha ironicamente sottolineato il direttore editoriale Guido Guastalla, che ne ha curato la pubblicazione. Ma non sono solo le sue dimensioni fisiche a renderlo imponente: il volume, ricchissimo di fotografie inedite e frutto di un lavoro storico meticoloso, racconta il contributo straordinario della comunità ebraica alla vita sociale, culturale ed economica dell’Egitto moderno, fino all’esilio forzato dopo il 1956. «Mi interessava fare un lavoro storico accurato e dare l’idea di quello che è stato un patrimonio di una comunità intera», ha spiegato Fishman.
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La serata, dal tono intimo e profondamente emotivo, ha visto la partecipazione di molti membri della comunità ebraica milanese, molti dei quali legati personalmente alla storia narrata nel libro. L’atmosfera è stata scaldata da un buffet di zuccherosi dolcetti mediorientali e dall’esibizione del duo Manuela Sorani e Daniele Cabibbe, che ha proposto brani giudaico-spagnoli e ha chiuso in bellezza con Ya Mustafa, celebre canzone libanese diventata famosa per gli adattamenti nonsense multilingue. “Chérie je t’aime, chérie je t’adore, come la salsa del pomodoro, ana bahebbak ya Mustapha”, ha cantato allegramente il pubblico.
Accanto all’autore, Daniel Fishman (a destra nella foto), sono intervenuti Remi Cohen (a sinistra) e Patrizia Acobas (al centro), rispettivamente testimone diretto ed erede della diaspora d’Egitto. A introdurre l’incontro, Guido Guastalla ha evidenziato il valore emotivo e storico del volume: «Gli ebrei egiziani sono molto legati al destino che hanno vissuto nel 1956, quando furono costretti a lasciare l’Egitto. Cacciandoli, l’Egitto non ha più avuto l’apporto di una comunità che creava cultura e ricchezza e che non ha mai mostrato violenza. Questo libro è un tributo alla loro memoria».
Era presente anche Sorgente di Vita, la rubrica televisiva di Rai 3 dedicata alla vita e alla cultura ebraica, curata dall’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane.
Fishman ha scelto come punto di partenza l’anno 1869, anno dell’apertura del Canale di Suez: «In quel momento, l’America era scossa dalla guerra civile, mentre l’Egitto era un laboratorio multiculturale con 55 nazionalità e 22 confessioni religiose. Tutti passavano di lì per commerciare senza girare intorno all’Africa, e la comunità ebraica – che ha un’origine antichissima – crebbe esponenzialmente, contribuendo allo sviluppo del paese in ogni ambito».
Un’epoca evocata dalla figura di Cattawi Pascià, un ebreo arrivato a ricoprire la carica di primo ministro – un esempio del prestigio e della fiducia di cui godeva la comunità – ma anche da personaggi come Togo Mizrahi, pioniere del cinema egiziano, ebreo di Alessandria che tra il 1930 e il 1946 diresse oltre trenta film arabi, collaborando con con Umm Kulthum e con l’attrice ebrea Layla Murad, la «prima vera diva araba». Mizrahi contribuì al cosmopolitismo culturale egiziano, prima di essere costretto all’esilio dopo accuse infondate di collaborazionismo.
Il contributo ebraico alla cultura egiziana è immortalato nelle numerose immagini d’archivio riproposte nel libro: sinagoghe, orfanotrofi, giornali yiddish, opere teatrali, pubblicità moderne e volti eleganti di famiglie ebree. Basti pensare che alla Borsa del Cairo, come ha ricordato Patrizia Cobas, “erano tutti ebrei”: l’attività si fermava a Kippur e a Rosh Hashanà, un segnale della loro centralità nella vita economica egiziana.
L’atmosfera negli ambienti ebraici egiziani era sorprendentemente europea: eleganti salotti con sedie ricamate – tra gli oggetti preziosi che le famiglie riuscirono a portare con sé –, cappellini francesi, tacchi e abiti raffinati indossati nei giardini assolati, serate comunitarie con centinaia di persone vestite à la mode.
Patrizia Acobas ha raccontato con tono dolce di sua cugina, l’unica ebrea rimasta in Egitto: «È presidente della comunità… di sé stessa. Vive protetta da una guardia del corpo, si prende cura della sinagoga del Cairo e ha fatto della conservazione della memoria la sua missione».
Tra le testimonianze più vivide, Remi Cohen ha raccontato dell’infanzia in Egitto: «ogni estate, ad Alessandria, ospitavamo i nostri cugini del Cairo. Portavano con sé manghi gialli, dolcissimi», ricorda davanti a una foto della famiglia in spiaggia. Poi la fuga: portare denaro fuori dall’Egitto era impossibile, e – per non ritrovarsi poveri in terra straniera – un medico consigliò a suo padre di ingoiare dei diamanti per rivenderli oltre la dogana. «Gli aveva spiegato che i diamanti non vengono intaccati dai succhi gastrici. Era l’unico modo per salvare qualcosa. Ricordo ancora mio padre in bagno che cercava di recuperarli», racconta con tenerezza. La sua famiglia arrivò a Milano il 27 dicembre del 1956, con 54 valigie di cartone, e l’incredulità di fronte alla neve che vedeva per la prima volta.
Nel libro, Fishman racconta anche la coabitazione pacifica che per decenni ha caratterizzato il tessuto egiziano: «Ci sono foto di manifestazioni patriottiche dove la mezzaluna abbraccia tre stelle di Davide. In Egitto, gli ebrei non imparavano ad avere paura degli arabi. Convivevano e collaboravano». Ma un po’ per volta la pacifica coesistenza si sgretolò, a partire dalla fondazione dello Stato di Israele nel 1948. Il Sabato Nero del 26 gennaio 1952, una giornata di rivolte e incendi che devastò il Cairo cosmopolita, furono distrutti oltre 700 edifici, tra cui cinema, alberghi e negozi ebraici e stranieri. I testimoni lo chiamano “l’événement”. Dopo la crisi di Suez del 1956, gli ebrei furono costretti a fuggire sotto pressione.
Fishman sottolinea che l’esilio non avvenne con un editto, ma attraverso una serie di limitazioni, arresti e persecuzioni che resero la vita impossibile. Famiglie benestanti e integrate si trovarono costrette all’esilio, lasciando dietro di sé patrimoni culturali e materiali immensi. Alcuni, tra cui alcuni suoi parenti, cercarono una nuova patria in Palestina, salvo scoprire – consultando le coordinate – che “la terra” che avevano comperato e pagato era in realtà un tratto di mare. Molti di quelli che approdavano in Italia, si riunirono nel microcosmo di Via Washington a Milano, dove tentarono di ricostruire un mondo perduto. «Io faccio parte di quelli nati dopo l’esilio», ha spiegato Patrizia Acobas, «ma la nostalgia si tramanda di generazione in generazione. I nostri padri hanno sempre portato l’Egitto nel cuore e cercavano di ricrearlo qui: giocavano a backgammon, parlavano in arabo o francese, e tutto era tutto attraversato da una nostalgia lacerante non di qualcosa che puoi ritrovare, ma per un’epoca che non tornerà».
Oggi, quel mondo sopravvive nelle fotografie, nei racconti, e nei libri come quello di Fishman. «Vorrei che il libro venisse tradotto in arabo, perché non è solo storia ebraica, ma è storia egiziana», spiega l’autore. È un libro che testimonia un pezzo di storia spazzato via, ma che merita di essere ricordato e studiato.