Martin Buber, la spiritualità ebraica, la lotta per Israele

Libri

di Fiona Diwan


La questione ebraica e la rinascita di una spiritualità autentica. Theodor Herzl e Achad Haam, le due anime del sionismo, e il conflitto personale tra Martin Buber e Herzl, giudicato da Buber come un mero politico senza nessuna vera cultura ebraica. L’amore per Achad Haam e la vicinanza con la sua visione, Haam considerato il suo vero maestro, “pensatore entrato nella storia di Israele come la coscienza del sionismo”, scrive Buber. E poi il confronto con Hermann Cohen e Franz Rosenzweig, i due pesi massimi del pensiero filosofico ebraico a cavallo tra Ottocento e Novecento: Cohen convinto avversario del sionismo e fautore della simbiosi ebraico-tedesca; Rosenzweig, filosofo di un esistenzialismo in cui “ciascuno comprende nella misura in cui opera”. Nel discorso tenuto nel gennaio del 1927 a Berlino in memoria di Achad Haam, Buber si chiedeva in che cosa consistesse il mistero della durata del popolo ebraico. “È… la connessione tra le generazioni nello spirito che insegna e apprende”, rispondeva, è il procreare spirituale degli ebrei, la loro capacità di rigenerarsi in termini interiori e spirituali, la capacità di “rimanere incinti” di se stessi.

Temi e considerazioni questi che oggi possiamo leggere in un denso e breve volume edito da Morcelliana, Figure dell’ebraismo: sette scritti di Martin Buber, inediti finora in italiano (pubblicati in tedesco nel 1963), brevi discorsi e saggi sulla questione ebraica che il maestro tedesco aveva incluso in un volume intitolato Lotta per Israele.

L’idea di Buber era quella di un ebraismo post-tradizionale che trova una strada di realizzazione nell’idea di Israele, nell’edificazione di una Kultur, una rinnovata cultura ebraica; ma anche di una rinnovata spiritualità, primordiale e autentica, di una “religiosità da non confondere assolutamente con la religione istituzionalizzata”, spiega il curatore del volume Roberto Bertoldi. Buber, com’è noto, parlava dell’ebraismo come pietas, come chassidut, unico modo per consentire così il rinnovamento del fondamento originario della spiritualità ebraica. Perché nulla può sussistere senza una scintilla divina (“Dio si può scorgere in ogni cosa e si può raggiungere con ogni azione pura”, scriveva), una scintilla “che chiunque può scoprire e redimere in qualsiasi istante e con qualsiasi azione, anche la più consueta”. È il fare, è l’azione quello che conta, qui sta l’essenza della realizzazione, scriveva Buber: spetta all’uomo contribuire con il suo agire alla stessa “realizzazione di Dio” poiché è l’uomo che realizza Dio nel mondo. Com’è noto, il verbo realizzare è cruciale nella visione di Buber e nel dialogo tra l’Io e il Tu, tra l’uomo e il divino: un dialogo che si dispiega nel regno “dell’eterno ricominciare e dell’eterno divenire” visto che è qui che risiede, in ultima analisi, la sola, possibile, dimensione di libertà dell’uomo, dimensione di instabilità e di insicurezza e per questo destinata a un eterno ricominciamento

Martin Buber, Figure dell’ebraismo – Hermann Cohen, Franz Rosenzweig, Theodor Herzl, Achad Haam, Morcelliana, traduzione e cura di Roberto Bertoldi, pp 117, 12,00 euro